Riportiamo integralmente un articolo di Gianluca Sigiani, apparso su Repubblica (29 settembre 2008, pagina 51).

L’ Internet 2.0 (o Web 2.0 che dir si voglia) avanza. Non si tratta di una moda passeggera. Gli utenti chiedono alla Rete sempre maggiore semplicità d’ uso, interattività e coinvolgimento (princìpi che stanno alla base del digitale 2.0), e le imprese, per parte loro, non stanno a guardare. I vari Wikipedia, YouTube, MySpace, Facebook, Skype, hanno conquistato milioni di consumatori nel mondo, e molte companies, di conseguenza, si sono fatte avanti con siti ricchi di servizi, community ad hoc, corporate blog, assistenti virtuali e affini.
Secondo Forrester Research, che in un recente report ha stimato gli sviluppi delle tecnologie 2.0 per il prossimo quinquennio in Nord America, Europa e nella regione AsiaPacifico, gli investimenti delle grandi aziende faranno registrare in questo ambito un aumento annuale del 43%, sino a raggiungere i 4,6 miliardi di dollari a livello globale nel 2013. Nella visione delle società di ricerca, il digitale 2.0 rappresenterà sempre di più un importante strumento di relazione con i clienti, acquisiti e futuri, e un fattore abilitante cruciale per la collaborazione fra dipendenti. Sono già molte le grandi firme quali General Motors, McDonald’ s, Northwestern Mutual Life Insurance, Wells Fargo, che usano intensivamente questo tipo di tools, e ben il 56% delle imprese nordamericane e europee avevano già decretato che l’ Internet 2.0 sarebbe stata una priorità per il 2008. E per quanto riguarda le piccole e medie imprese? Se si assumono come assiomi le affermazioni degli analisti secondo i quali il 2.0 è in grado di “tagliare i costi, migliorare l’ efficienza e raggiungere più efficacemente i propri clienti”, queste tecnologie sembrerebbero fatte apposta per le Pmi. Ma la realtà non è fatta solo di begli enunciati. Per una piccola società trasformare la propria presenza online da 1.0 (sito istituzionale “classico”, impostazione rigida, e scarsa interattività) a 2.0 (sito/blog/community interattivi, azioni di web/viral marketing ecc.) può rivelarsi un’ esperienza difficile. In Italia gli esempi di 2.0 d’ impresa sono ancora relativamente pochi e, in ogni caso, passare a un approccio decisamente nuovo, basato sull’ incremento della collaborazione interna e sull’ intensificazione della comunicazione con il pubblico e dei servizi on e offline, non è cosa da poco. Un rovesciamento di prospettiva che richiede quantomeno il supporto di web agency affermate o di agenzie di comunicazione evolute, e di specialisti con grande esperienza alle spalle. Sarà proprio il pool di professionisti prescelto, infatti, insieme ai responsabili aziendali, ad individuare quali dei tanti strumenti 2.0 possibili può essere il più opportuno per promuovere l’ offerta d’ impresa. Meglio creare una propria community intorno a un certo tipo di prodotto/servizio o semplicemente partecipare ad altre community? Meglio creare un blog istituzionale o di prodotto? Che genere di azioni è bene allestire in ambito B2B? Che tipo di front line verso i clienti è il caso di adottare rispetto a un determinato target? E soprattutto: come gestire nel tempo in modo efficace e produttivo le attività 2.0? Tutti interrogativi che non possono avere risposte precostituite, ma che devono essere soddisfatti partendo da solidi criteri di base e attraverso una progettazione fortemente tagliata sugli obiettivi aziendali. Una consulenza progettuale oculata che sfrutti le caratteristiche “semplificatrici” e razionalizzatrici dell’ Internet 2.0 (comunicazione istantanea e condivisione del lavoro, interfacce e navigazione web dirette e immediate sia verso l’ “interno” sia verso l’ “esterno”, servizi online efficienti ecc.) sarà in grado di volgere in positivo la bilancia dei costi e dei risultati. L’ approccio collaborativo, se ben studiato, permette di integrare le produzioni e di ottenere cicli e tempi di sviluppo più brevi, con time to market decisamente più rapidi. L’ obiettivo, sul piano interno, è quello di operare in team in modo più efficiente e rapido; verso l’ esterno, è quello di fidelizzare l’ utenza, coinvolgerla, ascoltarla, sondarne gusti e abitudini e adattare di conseguenza la produzione e la distribuzione di beni e servizi. Le tecnologie 2.0 possono aprire prospettive di mercato interessanti per le Pmi: l’ agilità delle piccole imprese e la loro capacità di interloquire in modo frequente e diretto con i clienti, si sposano bene con l’ impiego di un digitale semplice ma evoluto. Gli strumenti 2.0 hanno già consentito in tutto il mondo a molti piccoli produttori o rivenditori di ampliare i loro i canali di intervento. In uno scenario in cui i consumi si presentano molto rallentati e frammentati, l’ Internet 2.0 ha le carte in regola per andare a raggiungere, con produzioni e servizi particolarmente studiati e diversificati, bisogni più personali o di nicchia. In questo senso il social networking tipico del 2.0, sembra rispondere in modo efficace alle ultime tendenze socioeconomiche: globalizzazione dei mercati e delle relative regole, ma anche esaltazione delle esigenze dei singoli e delle culture locali. Le Pmi, soprattutto quelle italiane, hanno di fronte un’ ardua sfida. Il 2.0 non è affatto la soluzione “a priori” e definitiva contro le difficoltà di vendita o le crisi economiche, ma sicuramente, se adottato con buon senso e in modo graduale, può diventare un’ arma in più e un alleato prezioso.